Ci sono decisioni davanti alle quali credo sia necessario fermarsi e interrogarsi, al di là degli schieramenti politici e delle appartenenze religiose.
Quanto sta accadendo in Lombardia e il dibattito aperto in Veneto e in altre Regioni sul suicidio medicalmente assistito pongono una domanda che riguarda tutti noi: qual è la nostra responsabilità davanti a una persona che soffre? E quale deve essere la risposta delle istituzioni?
Quando una persona arriva a dire «non ce la faccio più», dobbiamo chiederci quale risposta una società veramente umana sia capace di darle.
Mi tornano alla mente le parole di Giovanni Paolo II che, davanti alla sofferenza e alla morte, parlava di “compagnia, solidarietà e sostegno nella prova”.
Credo che il punto sia qui: possiamo non essere più capaci di guarire una persona, ma non arriva mai il momento nel quale non possiamo più prenderci cura di lei.
Per questo, quando il servizio sanitario pubblico assume un ruolo attivo nell’organizzazione del suicidio medicalmente assistito, non siamo davanti soltanto a una procedura sanitaria.
È una scelta culturale sulla persona, sulla fragilità e sul compito delle istituzioni.
Di fronte alla fragilità, credo invece che le istituzioni debbano proteggere la persona e sostenere le cure, l’assistenza, la famiglia e quella rete di relazioni e comunità capace di accompagnarla.
Anche Papa Leone XIV ci ha recentemente ricordato che “la dignità della persona non viene meno con la malattia e la fragilità”.
È questa la direzione nella quale vorrei vedere impegnata la politica: più cure palliative, assistenza e sostegno alle famiglie.
E mi auguro che quanto sta accadendo non diventi un modello da seguire anche in altre Regioni…
Possiamo arrivare al limite delle possibilità di guarire. Mai a quello della nostra capacità di prenderci cura!!
GIUSEPPE NEGRO – Imprenditore
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