LA LINGUA DELLE RADICI:
LEUCA CELEBRA LA POESIA DIALETTALE
di SOFIA SCHITO
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Si è svolta domenica 7 dicembre, nella suggestiva cornice della sala convegni dell’Hotel Terminal, la sesta edizione del Premio Leviche, concorso di poesia dialettale promosso dalla Pro Loco di Santa Maria di Leuca.

Un appuntamento che si configura ormai come un evento culturale di particolare interesse per il Capo di Leuca e per l’intero territorio salentino e che richiama, ogni anno, studiosi, poeti e semplici appassionati, confermando la crescente sensibilità verso la salvaguardia delle radici linguistiche locali.

Il dialetto, spesso relegato a un uso esclusivamente colloquiale o familiare, ritrova in contesti come questo il suo ruolo più autentico: quello di strumento identitario, di memoria collettiva, di legame con la terra e con il vissuto delle generazioni passate.
Scrivere in dialetto significa far vivere una lingua che non è solo un codice fonetico e lessicale, ma un modo di interpretare il mondo e raccontarne i sentimenti, le sfumature, la storia.
Il Premio Leviche nasce proprio con questo obiettivo: custodire, valorizzare e tramandare un patrimonio immateriale che rischia di disperdersi a causa dei processi di omologazione linguistica e culturale. La crescente diffusione dell’italiano standard e l’uso sempre più pervasivo dei linguaggi digitali, hanno progressivamente ridotto lo spazio di utilizzo degli idiomi locali. Tuttavia, come emerso durante la serata, il dialetto continua a essere una lingua capace di raccontare con autenticità la realtà contemporanea.

A ricordarlo sono stati anche i riferimenti al lavoro del linguista tedesco Gerhard Rohlfs, che durante i suoi soggiorni nel Salento – con sede privilegiata a Tricase – dedicò studi approfonditi alla struttura e all’evoluzione del nostro dialetto.
Considerato tra i più importanti studiosi dei dialetti romanzi, Rohlfs definì il salentino una “testimonianza viva della stratificazione linguistica del Mediterraneo”, riconoscendovi un substrato latino, un’influenza significativa del greco antico e bizantino e tracce di altre lingue introdotte dalle diverse dominazioni storiche. Il suo contributo fu determinante per restituire dignità scientifica a un patrimonio linguistico che per lungo tempo era stato confinato all’ambito familiare o rurale.

Gli interventi dei professori Antonio Romano, Oronzo Russo e Luigi Meuli hanno evidenziato, attraverso un’attenta e puntuale analisi linguistica e culturale, come i dialetti non rappresentino un semplice residuo del passato, ma un archivio vivente di metafore, suoni e forme espressive che spesso non trovano equivalenti nella lingua italiana.
Il dialetto – hanno sottolineato – possiede una forza emotiva immediata, quasi tangibile, capace di parlare al cuore prima ancora che alla mente.
La parte centrale della manifestazione è stata dedicata alla lettura, da parte degli stessi autori, delle poesie in concorso.
I testi hanno saputo spaziare tra registri diversi: dall’ironia alla nostalgia, dall’osservazione della natura alla memoria individuale, dall’intimità al racconto condiviso.
Il pubblico ha seguito con attenzione, confermando un forte legame emotivo con la lingua che custodisce la memoria e l’anima della comunità.
La giuria, composta da personalità di spicco del mondo della cultura, ha quindi annunciato i nomi dei vincitori.
Il primo premio è stato assegnato ex aequo a Alessandro Trianni di Felline con La chianta te ulia e Marco Cortese di Gallipoli con Na còccia.

Al secondo posto, pari merito, si sono classificati Donato Nuzzaci di Spongano con Strattu de jentu e Luigi Micaletto di Casarano con Parole intra u jentu.

Il terzo premio è stato attribuito a Concetta Chiarello di Alessano con Speriamu Ddiu sempre.

L’iniziativa si è conclusa in un clima di entusiasmo e gratitudine, non solo per la qualità dei testi presentati ma anche per il contributo del concorso alla costruzione di una comunità attorno alla parola poetica.
Molti partecipanti hanno espresso l’auspicio che il dialetto possa essere insegnato e trasmesso alle nuove generazioni non come semplice esercizio nostalgico, ma come patrimonio identitario e culturale vivo.
La Pro Loco di Santa Maria di Leuca ha annunciato l’intenzione di proseguire nella direzione intrapresa, coinvolgendo sempre più realtà territoriali e promuovendo iniziative a sostegno della lingua locale.
Il Premio Leviche si conferma dunque non solo come concorso poetico, ma come vero e proprio presidio culturale: un ponte tra passato e futuro, tra memoria e innovazione linguistica.
SOFIA SCHITO
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