PRESICCE, CITTA’ DEGLI IPOGEI UNO DEI BORGHI PIÙ BELLI D’ITALIA !!
Adagiato in pianura alle falde della Serra di Pozzomauro la tradizione vuole che questo centro abbia avuto origine dalle rovine dei casali di Pompiniano (attualmente Compignano) e di Specchiano, piccoli centri rurali distrutti dalle incursioni turche e saracene. Del primo rimane una Chiesa e di Specchiano una Torre circolare del 1553. Nella medesima direzione sorgeva il medievale casale di Pozzo Mauro o Pozzo Magno, esattamente dove sorge, come vedremo, la chiesa di S. Maria degli Angeli.
Secondo J.A. Ferrari alla fine del XII secolo – in pieno periodo normanno – Presicce era un casale, ossia un centro privo di mura; in quanto tale fu assegnato al «cavaliere Securo Cursano». Sappiamo che il 1340 morendo senza eredi Francesco de Specula, Presicce e Pozzo Magno furono concesse al napoletano Giovanni Barrile.

Di qualche decennio dopo è la prima notizia sicura sulla consistenza demografica di questo centro: nel 1447 contava 28 fuochi, cioè non più di 120 abitanti.
Nel 1461 Ruperto Securo comprò Presicce da Angilberto del Balzo conte di Ugento. In seguito, sicuramente agli inizi del ‘500 quando contava 58 fuochi per 250 abitanti circa, Presicce apparteneva ai baroni Cito o de Cito che lo avevano acquistato dai Gonzaga. Ai Cito successe la famiglia Bartilotti o Bartirotta, poi, dal 1747, ai de Liguoro con il titolo di principato. A questa famiglia appartenne il celebre Sant’Alfonso.
Demograficamente Presicce raggiunse il suo momento di massima espansione alla fine del ‘500 quando contava 299 fuochi (oltre 1200 abitanti) che calarono progressivamente per tutto il secolo successivo secondo una curva che presenterà una direzione ascendente solo dopo la metà del ‘700.

All’indomani dell’unità d’Italia, il 1861, Presicce contava 2786 abitanti. Le testimonianze insediative più antiche sono reperibili fuori dal centro antico, precisamente sulla terra di Pozzo Mauro alle spalle della chiesa di S. Maria di Loreto (de lu ritu), dove esiste un’antica cripta Basiliana oggi in parte crollata, adibita in passato a frantoio. All’interno sono visibili alcuni affreschi sacri, una scena dell’Annunciazione e avanzi di iscrizioni greche. Il complesso appartiene alla fine del XII secolo ma la sua origine deve essere fatta risalire a diversi secoli prima.
La costruzione di frantoi ipogei ha avuto un’evoluzione storica anche nel centro cittadino in modo sorprendente al punto da far riconoscere oggi a Presicce il nome di “Città degli ipogei”.

Nel seicento i frantoi ipogei, detti trappeti, scavati lungo i principali assi viari, in corrispondenza dei palazzi erano ben 23, 17 padronali e 6 baronali. Oggi molti di questi sono stati recuperati e sono visitabili. Costituiscono insieme al Museo della Civiltà Contadina, ospitato nel Palazzo Ducale Paternò, un’importante testimonianza di vita e di strumenti di lavoro del passato. Quel passato che rese, alla fine del seicento, Presicce la città più ricca del Capo di Leuca grazie alla produzione di olio che veniva commercializzato in tutta Europa partendo dal porto di Gallipoli.
L’evoluzione tecnologica per la produzione dell’olio richiedeva spazi più ampi di lavorazione. I trappeti esistenti purtroppo non potevano essere modificati perché scavati nel tufo calcareo e incastrati l’un l’altro. Altri insediamenti del genere, forse precedenti, si trovano nei pressi della chiesa dell’Addolorata e in quelli di S. Maria della Grotta sulla via vecchia Presicce-Specchia. In quest’ultima località sono stati recuperati reperti che gli archeologi datano come risalenti a 12 mila anni avanti Cristo.

Fuori dal centro antico il complesso più importante è il convento dei francescani riformati la cui chiesa dedicata alla Vergine degli Angeli fu costruita a partire dal 1598 da «mastro Donato Antonio Damiano di Taurisano» su indicazione del barone Filippo de Cito. Pochi anni dopo fu costruito l’annesso convento che fu uno dei più importanti della Provincia, dotato di notevoli opere d’arte oggi, purtroppo, quasi tutte perdute. Sull’altare maggiore di questa chiesa esiste ancora un affresco tardo trecentesco, di fattura tipicamente bizantina, della Madonna col Bambino, unico avanzo della versione medievale della precedente chiesa.
Estremamente interessante il «castello», dove è possibile individuare tutte le fasi del processo di trasformazione che dal primitivo nucleo fortificato sviluppa la residenza signorile che sarà famosa, in periodo barocco, per la sua importante quadreria, ora dispersa.
Il «castello» di Presicce è uno dei pochi esempi dove le caratteristiche delle varie fasi epocali convivono: basti vedere le merlature di coronamento e loggia a tre arcate. Interessanti le soluzioni angolari. Vicino al castello (via Gramsci) c’è Palazzo Pepe, noto come Corte Soronzi (Suronzi per i presiccesi, dal nome di uno dei proprietari), apparteneva nel ‘600 alla famiglia di origini fiorentine Pepe, una famiglia abbiente a cui facevano capo un mulino, un frantoio e degli uliveti. Venduto nel XIX secolo alla famiglia Iacobelli, ne fu poi spartita la proprietà tra diverse persone. Ciò che colpisce non è solo il portale rinascimentale con le mensole decorate e la balaustra in pietra traforata, ma soprattutto la volta affrescata raffigurante San Michele Arcangelo e, nelle vele laterali, scene di guerra con cavalli che dovrebbe rappresentare la battaglia di Lepanto del 1571, nella quale i cristiani sconfissero i turchi , più avanti troviamo la cinquecentesca casa- torre della famiglia Adamo con lo straordinario basamento dal motivo a punta di diamante. Tuttavia la tipologia più diffusa nel centro antico è quella della casa a corte che testimonia la permanenza secolare, fino ai nostri giorni, di una civiltà eminentemente contadina.
Cinquecentesche sono le strutture fortificate delle masserie La Casarana (sulla Presicce-Lido Marini), del Feudo (con notevoli interventi settecenteschi) e Santo Ruggio (sulla Ugento-Salve all’altezza dell’incrocio con la Salve-Lido Marini). Cinquecenteschi sono pure gli esempi di torri colombarie esistenti nel territorio.
Di rara dignità artistica sono i palazzi nobiliari, soprattutto quelli compresi tra via M. Arditi e Piazza del Popolo, un tempo detta Piazza del Castello. In quest’area esistevano diversi trappeti ipogei, altri esistevano in piazza Plebiscito e nella piazzetta Villani.
Pure cinquecentesco è il convento e la chiesa dei Carmelitani, consacrata nel 1605, da attribuire all’esperta mano delle maestranze di Nardò che operarono, presumibilmente nello stesso tempo, sulla struttura del «castello».
La chiesa parrocchiale fu ricostruita dopo i gravi danni subiti in seguito al violento terremoto del 1743, a partire dal 1778 e continuati fino al 1781 quando fu benedetta. L’architetto fu Saverio Negro di Presicce che realizzò uno dei più importanti esempi della produzione rocaille di tutta la Puglia. All’interno si conservano notevoli tele tra le quali alcune attribuite al Catalano (il martirio di Sant’Andrea), al Coppola e al Tiso.
Il campanile è, invece, l’unica testimonianza cinque-seicentesca di quello che rimane della vecchia chiesa, anche questo da attribuire a maestranze neretine. Di fronte a questa chiesa la colonna votiva dedicata al Protettore Sant’Andrea, contribuisce a definire in senso architettonicamente strutturato, uno degli slarghi urbanisticamente più interessanti di tutta la produzione barocca salentina.
Interessante la cappella di S. Michele, oratorio pubblico della famiglia del marchese Luigi Arditi e quella di S. Giuseppe da Copertino del marchese Giacomo Arditi.
Uno dei più illustri figli di Presicce è stato Michele Arditi (1746-1838), autore di moltissime pubblicazioni e famoso ai suoi tempi anche per lo spiccato filantropismo: ogni anno distribuiva ai poveri la metà del suo ricco patrimonio.
Su Ricerche di Giuliana Lubello
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BIBLIOGRAFIA
– STENDARDO A – Percorsi. Presicce 1750-1900, Lecce, 1986.
– ARDITI G. – La corografia fisica e storica della provincia di terra d’Otranto, Lecce, 1879.
– CASTIGLIONE G. – Presicce, a cura di M. Paone, Taviano, 1985.
– COLELLA G. – Toponomastica Pugliese, Trani, 1941 .
– CONGEDO R. – La torre columbaria nel paesaggio ecc., «Sallentum», IV (1981)
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