Pubblichiamo l’intervento di una ragazza universitaria di Alliste che tra sacrifici, difficoltà e lontananza dagli affetti, porta avanti il proprio percorso in Medicina, vivendo in prima persona le sfide che oggi tanti giovani, universitari e non, devono affrontare per costruire il proprio futuro.
La nostra CLAUDIA GARZIA ha ritenuto di puntualizzare alcuni importanti concetti, soprattutto dopo aver assistito allo scontro tra il giornalista Bruno Vespa e una studentessa universitaria – Sabrina Brizzola – nella puntata di “PORTA A PORTA” di mercoledì 21 ottobre u.s. sulla rete pubblica.
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Condannare la violenza è un conto, pretendere che una ragazza debba dimostrare la propria innocenza morale davanti a una telecamera è un altro. Condanno senza esitazioni i vandalismi, ma non rispondere secondo il copione che qualcuno si aspetta non significa giustificare un reato.
I giovani non vanno in televisione per farsi carico delle colpe altrui.
Credo che l’intelligenza e il buon senso bastino per capire che la violenza è condannabile a prescindere, senza dover trasformare ogni ragazzo in un imputato che deve dimostrare pubblicamente la propria moralità.
I giovani vanno in televisione per raccontare le proprie difficoltà e il mondo che stanno vivendo, ma soprattutto per essere ascoltati. E nell’intervista a Bruno Vespa è mancato proprio questo.
Alla ragazza non è stato concesso il tempo di esprimersi davvero, le è stata fatta una paternale da chi sembrava più interessato a rimetterla al suo posto che a capire cosa avesse da dire.
Siamo una delle generazioni più istruite della storia, eppure un titolo di studio non ci garantisce un futuro dignitoso.
Ci avete detto di studiare e abbiamo studiato. Ci avete detto di protestare, ma quando lo facciamo dobbiamo chiedervi il permesso. Ci avete detto di accettare la gavetta e pretendete che accettiamo anche a trent’anni lavori sottopagati. Ci avete detto di essere indipendenti, ma con certi stipendi non riusciamo neppure a permetterci un affitto. E quando finalmente ci date la parola, pretendete pure di insegnarci come parlare e quali risposte dare.
C’è una cosa che non avete ancora fatto: ascoltarci davvero.
Il problema non è una generazione che non sa rispondere, ma una classe dirigente e mediatica che non sa ascoltare le risposte che non le piacciono.
La verità è che alcuni fanno fatica ad accettare che i giovani non siano più disposti ad abbassare la testa davanti a chi confonde l’autorevolezza con il diritto di zittire gli altri.
Si può condannare la violenza e allo stesso tempo rivendicare il diritto di protestare, denunciare le ingiustizie e criticare il modo in cui viene trattato il dissenso. Le due cose non si escludono.
Pretendere che un giovane debba prima superare un esame di rispettabilità per meritare di essere ascoltato, significa trasformare il confronto in un processo.
Purtroppo è difficile fare politica in Italia, ed è difficile fare giornalismo. Figuriamoci quando le due cose si incontrano nella stessa persona e il confronto diventa una lezione dall’alto invece di un’occasione per capire.
Il diritto di parola non è un premio che si concede a chi risponde bene. Ascoltare una generazione non significa insegnarle a stare al mondo, ma avere l’umiltà di riconoscere che il mondo che le avete lasciato non funziona come le avevate promesso.
E forse, prima di chiedere ai giovani di imparare a parlare, sarebbe il caso che qualcuno imparasse finalmente ad ascoltarli.
(CLAUDIA GARZIA)
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