
Benito Mussolini (1883 – 1945) con la moglie Rachele e i loro cinque figli: Edda, Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria. Getty Images
La tassa sul celibato era un’imposta che i single (solo uomini) tra i 25 e i 65 anni dovevano pagare allo Stato. La tassa fu introdotta da Benito Mussolini nel 1927 per incrementare (con poco successo) matrimoni e nascite, e di conseguenza far aumentare la popolazione e l’esercito italiano. La tassa veniva devoluta all’Opera nazionale maternità e infanzia. L’imposta restò in vigore per 16 anni, fino a quando venne abolita dal governo Badoglio il 27 luglio 1943.
IL PREZZO DELLA LIBERTÀ. L’ideologia di regime, infatti, esaltava il matrimonio e una prole numerosa quali requisiti per la grandezza di una nazione. Per gli scapoli impenitenti si aprì una stagione difficile: arrivarono a pagare, nel 1936, quasi il doppio di tasse sul reddito rispetto agli sposati. L’imposta era così distribuita: per i celibi dai 25 ai 35 anni 70 lire (circa 55 euro di oggi), per quelli dai 35 ai 50 ben 100 lire, dai 50 ai 65 anni si pagavano infine “solo” 50 lire. L’esenzione totale arrivava solo per i “signorini” dai 66 anni in su. A seconda del reddito del soggetto, inoltre, veniva imposta un’aliquota aggiuntiva.






