L’Italia e’ stata tra le prime al mondo per automotive, trasporti, cantieristica navale, e non solo, climatizzazione idronica, ceramiche, arredo, moda, alimentare, vini, turismo, e la lista e’ lunga.
Ora si assiste solo a chiusure e vendite !!

Vista la sconfortante situazione socio-economica, gli industriali, tanto odiati ed ostacolati, vendono, scappano o delocalizzano.
Il Landini e’ l’apice, ma i maestri dell’odio di classe sono cosi’ numerosi e radicati da incidere sulle scelte elettorali, naturalmente di sinistra, notoriamente nemiche delle imprese.
Si e’ ormai venduto di tutto: dopo FCA (Fiat Craysler automotive) anche la straordinaria Iveco, passata per qualche miliardo agli indiani della Tata che ormai dominano l’Europa ed il mondo intero.
Il popolo italiano, nel suo insieme, ha impiegato secoli per maturare conoscenze e tecnologie invidiabili, in un attimo, con una firma, tutto volato via!
Per non parlare del credito: le maggiori Banche sono italiane solo per sede, e non piu’ per capitale. Una su tutte Unicredit, 75% americana con in pancia BleckRock, il vero esercito finanziario USA.
Permettendo lo smembramento del tessuto industriale e la perdita del controllo finanziario, la Nazione ha perso investimenti nel proprio territorio, bloccato lo sviluppo tecnologico, e decimato i posti di lavoro in ogni ordine e grado. L’esodo delle industrie, e di tanti italiani, e’ diventato scelta obbligata.
Giusto cosi’, manco la pasta e’ piu’ nostra: tra la Barilla americana, la Gragnano, spagnola, Agnesi franco-tedesca e tante altre, e siamo finiti col mangiare barbarie. E’ chiaro poi che i grani, di schifo e col glifosato, arrivano da fuori ed il Tavoliere Puglie da granaio europeo, e’ diventato campo di fotovoltaici, sempre di proprieta’ estera.
Tutto molto facile: quattro soldi, fabbriche volate via, governi che stanno a guardare. I governi dovrebbero proteggere e difendere i propri gioielli, contrastare questo stillicidio. I sindacati, invece di fare attivita’ politica finalizzata al consenso, dovrebbero ribellarsi ed occupare e difendere le proprie fabbriche. Ogni fabbrica che chiude, il territorio circostante, e non solo, paga tragiche conseguenze: senza reddito nessun sindacato e drappo rosso puo’ sostenere il disoccupato.
Prendiamo un esempio attualissimo, e pugliese: la Divani&Divani dei Natuzzi di Santeramo, Bari: in 450 rischiano il posto di lavoro e fabbrica spostata in Romania. Le colpe sono ben ripartite: l’industriale senza cuore (? ) non riesce a tenere i conti in ordine; la produttivita’ bassa spesso per il discutibile coinvolgimento dei lavoratori alle dinamiche produttive; tassazione insostenibile, capricciosi gabelli ed ostilita’ che Stato ed Enti riservano alle attivita’ produttrici, e la voglia di impresa lascia il posto alla disperazione e voglia di delocalizzare (chi me lo fa fare…).
Rimedio? Semplice: la fabbrica, visto che ci lavorano piu’ di 450 addetti, dovrebbe interessare agli occupati, quanto all’imprenditore ed allo Stato. Ma per essere rilanciata, cosa fattibilissima, non basta la volonta’ di una parte sola. Tutte e tre le parti si dovrebbero sedere intorno ad un tavolo e contribuire equamente al rilancio. Come?
Addetti nel capitale investendo parte delle buoneuscite, lo stato entra provvisoriamente nel capitale, (modello ex IRI), stesso impegno dell’imprenditore ed insieme, con aumento adeguato del capitale, piu’ forte di prima, puo’ ripartire con un rapporto aziendale nuovo definito COGESTIONE. Con tutte le parti coinvolte sinergicamente, scomparirebbe il dannoso contrasto intestino che e’ spesso motivo letale per le aziende.
Ma siamo sicuri che gli addetti non mirino piu’ alla chiusura dell’azienda piuttosto al proseguo dell’attivita’? Lo stato garantisce ai disoccupati anni di integrazione e mobilita’, ovvero 70/80% dello stipendio senza far niente… ed, a pensar male, alle volte “ciazzecca”.
Dico tutto questo per consigliare la strada della unione e collaborazione di tutti in difesa del patrimonio industriale ed economico Nazionale, unico modo per assicurare reddito, sviluppo e futuro.
TOMMASO BRUNO – Imprenditore
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