“Da Racale erano partiti in sette e sei di loro morirono a Marcinelle. Mia madre e mia nonna furono messe al corrente della tragedia ma seppero che mio padre era in vita solo quando le sei salme giunsero a Racale, a un mese dall’accaduto. Arrivarono le bare dei sei sfortunati minatori prima ancora della lettera con cui mio padre rassicurava la famiglia di essere vivo e sano».
Questa, in sintesi, la toccante storia di Carmine Errico raccontata dalla figlia Anna Maria sull’ultimo numero in distribuzione de “Il Gallo”.
Erano gli anni cinquanta quando Carmine, all’età di 20 anni, dopo aver letto su alcune locandine esposte in luoghi pubblici che all’estero si offriva un’ottima opportunità di lavoro, con adeguata retribuzione, decise di partire per il Belgio.
Come tanti altri suoi connazionali e conterranei , attratto dal sogno di un futuro migliore per se e per i propri cari, iniziò a Marcinelle il suo duro lavoro di minatore alloggiando, com’era usuale, in una scomoda baracca .
Carmine, come si diceva, scampò solo per una provvidenziale coincidenza dall’immane tragedia della miniera du Bois du Cazier, in quel fatidico 8 agosto del ’56.

A parte i rischi propri dell’ordinaria attività lavorativa, il nostro conterraneo era addetto a un compito estremamente delicato: occuparsi delle emergenze in caso di frane.
Fu essenzialmente questo il motivo per cui un anonimo collega fellinese, preoccupandosi della sua incolumità, gli prospettò la possibilità di poter lavorare, sempre in miniera, ma in situazioni meno esposte al pericolo.
Con lo stratagemma di una temporanea malattia, per evitare il rischio di restare senza lavoro, Carmine rinunciò a qualche giorno di retribuzione da parte di Marcinelle, offrendosi in prova per quella “nuova occupazione”.
Ma a fine turno del secondo giorno non trovò ad attenderlo i colleghi per il consueto
cambio. L’amico fellinese si recò al bureau a chiedere spiegazioni e al ritorno, abbracciandolo con tanta forza e un nodo in gola, gli sussurrò di avergli salvato la vita dato che a Marcinelle erano tutti morti.
Per il resto della vita il povero Carmine, come si potrà immaginare, insieme all’orgoglio del suo passato di minatore, si è anche addossato un certo senso di colpa, ricordando il suo ruolo originario di responsabile della sicurezza interrotto appena qualche giorno prima del disastro.
«Voleva scendere giù per aiutare quelli che, oltre che colleghi, erano suoi amici ma lo bloccarono” – dichiara la figlia Anna Maria.
Se è vero che ai fellinesi nell’articolo de “Il Gallo” non è dato sapere nome e cognome del magnanimo concittadino, motivo di orgoglio, è altrettanto vero si è già innescata nella sensibile piccola comunità la voglia e la curiosità di venirne quanto prima a conoscenza.
Occorrerà attendere Anna Maria, confidando in una eventuale successiva intervista o magari ci penserà ad approfondire al più presto, sul nuovo blog, il bravo Giuliano.
TONIO SCANDEREBECH






