Come medico, un argomento che mi sta a cuore è il rapporto medico-paziente.
Quando io ero un giovane medico esisteva un rapporto di una certa deferenza del paziente nei confronti del sanitario. Se succedeva che la terapia non sortiva l’effetto desiderato, il paziente e i familiari erano propensi a scusare il medico che “forse” aveva sbagliato. Sottolineo il forse perché nella professione medica è sempre relativamente facile affermare col “senno del poi” che si doveva fare una cosa o un’altra.
Molto complesso capire in anticipo la situazione del paziente che spesso è mascherata da sintomi o espressività cliniche non del tutto congruenti con la casistica classica. Per anni da giovane medico ricordo che io e i miei colleghi non facevamo neppure una assicurazione per colpa professionale, tanto era remota la possibilità di una denuncia.
Ora la situazione è cambiata completamente.
I medici a cui insegno hanno come uno dei primi crucci il problema del possibile contenzioso in sede civile per risarcimento o in sede penale. Tutti ormai stipuliamo assicurazioni professionali che per alcune branche mediche come ortopedici, chirurghi estetici e chirurghi in generale sono sempre più onerose. Come conseguenza le tariffe professionali sono schizzate alle stelle. Alcuni paventano che si arriverà alle parcelle americane, ove metà di quello che il paziente paga è per l’assicurazione professionale del medico.
Nei reparti e nei pronto soccorso vige in molti casi la medicina difensiva: faccio tutta una serie di esami, che forse risulteranno inutili o obsoleti, per tutelarmi da un punto di vista di una possibile rivalsa legale. Le file si allungano perché se a tutti devo fare elettrocardiogramma, tac, risonanza, esami clinici etc si crea un imbuto.
Soprattutto il medico non rassicura più il paziente affermando, come succedeva un tempo, “affidati a me, ci penso io a curarti”: ora soprattutto i giovani medici mettono avanti tutte le complicazioni che potrebbero sortire da quella patologia e delegano al paziente la scelta, spesso difficile, su cosa fare.
Indubbiamente questo modo di comportarsi è meno paternalistico e lascia la libertà di scelta al soggetto, ma allo stesso tempo crea in lui uno stato d’ansia molto intenso: “Come faccio a fare una scelta, ad esempio se fare o meno una chemioterapia o un intervento?”.
Il vecchio medico, paternalista fino a che si vuole, manca al paziente, che si sente solo di fronte a scelte molto difficili.
Non ho soluzioni precostituite per questo cambiamento nella relazione fra medico e paziente.
Forse non ci si può fare nulla.
LUCIANO CASOLARI medico psicanalista ___________________________________






