CRESCERE O MORIRE: IL DESTINO DEI FITTIANI ORFANI DI RAFFAELE !!
“C’è un mistero in ogni giorno che comincia dopo una notte che finisce” canta Lucio Corsi nel suo ultimo album.
Finita la notte elettorale che ha visto la disfatta del centrodestra, il mistero Fitto di Puglia sta nel titolo della canzone: cosa faremo da grandi.

Perché è ormai evidente che i fittiani, orfani del loro lord protettore, sono costretti a crescere o morire. E con loro tutta l’area conservatrice ha bisogno di trovare un nuovo baricentro.
Il centrodestra in Pugliaè stata negli ultimi vent’anni una coalizione litigiosa che si è costantemente divisa sulla personalità che nel bene e nel male ne ha catalizzato la leadership cioè Raffaele Fitto.
Governatore, europarlamentare, ministro, recordman di voti: nelle europee del 2014 fu l’uomo più votato d’Italia con 285mila preferenze. Ma al tempo stesso padre padrone della coalizione pugliese, sospettosissimo capo di una filiera politica in cui la fedeltà ha sempre contato più di ogni altra dote. Con il risultato di inscalfibili amicizie ma anche ostinate inimicizie.
Le une e le altre si ritrovavano nelle urne: l’esempio più lampante furono le regionali del 2010, quando Nichi Vendola vinse senza conseguire la maggioranza dei votanti (con il 48,7%) perché il centrodestra si era diviso tra fittiani (Rocco Palese, che si fermò al 42,3%) e antifittiani (Adriana Poli Bortone, che ottenne un decisivo 8,7%).
Acqua passata.
Oggi Raffaele Fitto è vicepresidente vicario della Commissione Europea, un ruolo che lo vincola a tenersi lontano dalla politica locale e che l’ex governatore sta interpretando in maniera rigorosa.
La sua storica segreteria a Maglie, da sempre cucina di alleanze, patti, annessioni, è vuota da tempo. E i fittianidispersi nei comuni di Puglia (e infilati in mille poltrone pubbliche) non hanno più una guida, tanto più necessaria in un soggetto politico, Fratelli d’Italia, che è due partiti in uno: da una parte gli ex missini stretti intorno a Gemmato, dall’altra gli ex democristiani che, con Fitto in Europa, non hanno più un punto di riferimento.
Questa crisi è stata mascherata dal risultato dei consiglieri eletti, frutto di una tattica precisa: l’area dell’ex ministro di Maglie ha preferito chiudersi in difesa, puntando su pochi recordman delle preferenze e lasciando all’area di Gemmato l’incombenza di tirare la carretta; e non a caso a ottobre vennero soffocate a fatica le polemiche interne sul disimpegno di Fitto e dei suoi dalla costruzione complessiva delle liste.
I risultati parlano chiaro:
la circoscrizione di Bari (che non ha mai amato l’ex ministro salentino) è l’unica dove viene eletto un non fittiano, cioè Tommaso Scatigna, in quota Gemmato; i fittiani invece fanno cappotto nella Bat (due su due: Tonia Spina e Andrea Ferri) e sono i più votati nelle circoscrizioni più periferiche: in Capitanata (il primo degli eletti Gatta è fittiano, De Leonardis più vicino a Gemmato), a Taranto (è fittiano il votatissimo Renato Perrini, gemmatiano Giampaolo Vietri) e a Brindisi (fittiano Luigi Caroli, gemmatiano Antonio Scianaro).
Mentre è da interpretare il risultato nella casamatta salentina: in provincia di Lecce -e per la verità in tutta la Puglia- il più votato del centrodestra è un Fratello d’Italia anomalo, né fittiano né gemmatiano, come Paolo Pagliaro mentre il candidato fittiano doc, Dino Basile, è parecchio staccato.
Totale: Gemmato 4 consiglieri, Fitto 6 più un non allineato !
I colonnelli quindi ci sono ma è il generale che manca; la tattica funziona ma è assente la strategia.
E il vuoto lasciato dalla nomina di Fitto in Europa mette a nudo il più grande limite del reuccio di Maglie volato a Bruxelles: aver costruito una macchina da guerra che però solo lui riesce a guidare, non avendo creato una vera linea di successione tra i suoi, rimasti sul territorio.
“Buttando nel vento il lavoro di anni” canta ancora Lucio Corsi “perché neanche da vecchi si sa cosa faremo da grandi”.
DANILO LUPO – Giornalista
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